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MOSTRA – Vivian Maier, egocentrica animalista

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MOSTRA – Vivian Maier, egocentrica animalista

Clap, clap, clap! Un sentito battito di mani alla mia città, Monza, e all’ente organizzatore, ViDi, per averci regalato una curatissima mostra dedicata alla fotografa Vivian Maier (1926-2009).

“Vivian Maier. Nelle sue mani” (questo il titolo dell’esposizione) offre un percorso con oltre cento foto in bianco e nero a colori, pellicole girate in super 8 e la proiezione integrale del documentario prodotto dalla BBC “The Vivian Maier Mystery”, molto meno noto, ma altrettanto meritevole rispetto al plurinominato film del 2013 “Finding Vivian Maier” (la versione italiana “Alla ricerca di Vivian Maier” è disponibile su YouTube).

Non starò certo a descrivere quanto potrete ammirare nella sala dell’Aregario (su Internet si trovano recensioni a bizzeffe), ma piuttosto preferisco annotare qualche riflessione personale sulla misteriosa figura della street photographer.

Self-Portrait, Undated

Riservata vs Vanitosa

La storia di Vivian è risaputa: una bambinaia, nata a New York da madre francese e padre austriaco, con un carattere schivo, la parlantina franca se non sfrontata e, ovviamente, una passione compulsiva per la fotografia.

Non amava parlare di sé né della sua produzione artistica: alle domande sul passato rispondeva “Maybe” (“Forse”) o cambiava argomento, si irritava se le veniva chiesto dove andava e cosa faceva, permetteva di rado le visite nella sua stanza, diceva di essere “la donna del mistero” quando con i bambini giocava a interpretare ruoli e personaggi. Non si è mai sposata e passava moltissimo tempo in solitudine.

Eppure Vivian c’è. C’è in moltissime delle sue foto: ogni specchio o superficie riflettente diventava la scusa per entrare con prepotenza nell’inquadratura; la sua ombra si allunga minacciosa e ingombrante nell’immagine ritratta fino a diventarne il soggetto principale; la Maier ha scattato tantissimi self-portrait e chiedeva ai bambini che accudiva di fotografarla.

Vivian vuole essere vista, ha bisogno di essere vista, si autocelebra e sembra consapevole del suo estro. È una pioniera dei selfie, che però, nel suo caso, cercano di nascondere l’esibizionismo narcisista (“Ero lì per caso” sembra giustificarsi la fotografa) e non finiranno nei thread dei social media (almeno per volontà della Maier).

 Un talento senza gloria

Eppure la bambinaia morì in miseria e il valore della sua opera (120.000 negativi!) venne scoperto soltanto quando i suoi beni personali, meticolosamente conservati in un deposito in locazione, furono confiscati e messi all’asta (la poverissima bambinaia non aveva più soldi per pagare l’affitto…). Fu l’agente immobiliare John Maloof, che nel 2007 comprò parte degli averi di Vivian, a capire il genio della donna e a portare alla ribalta i suoi preziosissimi capolavori.

Contact Sheet, New York, NY

Perché? La Meier era ossessionata dalla fotografia: seguiva i grandi autori contemporanei, si sforzava di autoapprendere, spendeva fortune in pellicole, ai tempi della Rolleiflex (la sua macchina preferita, medio formato 6×6) scattava un rullino (12 foto) al giorno. Ambiva veramente alla carriera di fotografa? A Chicago, per anni ha accudito i figli di Nancy Gensburg, photoeditor di importanti riviste americane, senza mai mostrarle i suoi lavori…

Femminista e di sinistra

Tuttavia, bisogna ammettere che il coraggio di osare non le mancava: come ha commentato il fotografo Joel Meyerowitz“ci vuole una personalità forte per andarsene in giro a fotografare la gente”. Soprattutto se si è donna, soprattutto se si scelgono come soggetti i sobborghi malfamati, la working class, gli homeless, gli alcolizzati, gli emarginati.

Soprattutto se si parte tutta sola per un viaggio intorno al mondo (nel 1959-1960!) visitando Paesi come Filippine, Thailandia, India, Yemen ed Egitto.

“Femminista e di sinistra – dice il documentario BBC – lo era soprattutto per l’atteggiamento, non per le dichiarazioni”. Il comportamento indipendente e l’interesse per le tematiche sociali, insomma, corroborerebbero la tesi.

Animalista in stile Peta

C’è un’altra etichetta però che nessuno esplicita, ma che a mio parere calza a pennello: animalista.  Fermatevi a guardare la serie di filmati in super 8. Come videomaker, la Maier è poco creativa e molto statica: è una fotografa, documenta porzioni di realtà come appaiono senza aggiungere movimento. Le sue clip sembrano clic prolungati, ma sono decisamente crude, come ben suggeriscono i titoli.

Il video “Brevemente nel recinto prima di morire” (“Stockyard shortly before its death”, 1968) mostra le scene di un mattatoio, dove si recò trascinandosi dietro Lane Gensburg, la bimba che accudiva. Il filmato originale non è disponibile su Internet, ma si possono trovare alcune immagini nel docufilm “Finding Vivian Maier” (1:07:38 > 1:08:40).

Vivian documenta l’uccisione e le violenze su pecore e bovini: sembra di vedere una delle riprese che la Peta (People for the Ethical Treatment of Animals, l’organizzazione no-profit a sostegno dei diritti animali fondata nel 1980) effettua clandestinamente negli allevamenti intensivi. Si tratta di un filmato di denuncia in piena regola, che oggi desterebbe il clamore mediatico (o almeno su Facebook) e che invece è rimasto per troppo tempo inosservato.


“Vivian Maier. Nelle sue mani”

Arengario di Monza
Piazza Roma – 20090 Monza

8 ottobre 2016 – 8 gennaio 2017

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